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Mino Ronzoni, la cintura e Tosca Blu

18 luglio 2007    Invia ad un amico
Mino Ronzoni, la cintura e Tosca Blu
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C’era una volta la cintura classica, quella che i pellettieri costruivano in modo che si potesse adattare ai diversi utilizzi quotidiani. Tra i due mestieri, il cinturaio e il confezionista di abbigliamento, esisteva una specie di muro, con un piccolo varco aperto dai fornitori di gonne, che talvolta erano dotate come accessorio di cinture disegnate ad hoc. Per il resto la comunicazione era difficile e mancavano soprattutto le sinergie, l’ideazione di modelli in grado di rapportarsi al look del capo d’abbigliamento.

Poi è arrivato Giacomo Ronzoni, e la storia è cambiata.

1. Il patto con l’abbigliamento

Ronzoni inizia l’attività nel 1978, a Bergamo. Si tratta di un debuttante assoluto, estraneo al settore, in una provincia dove la pelletteria è diffusa a macchia di leopardo tra la produzione di borse, abbigliamento, rilegatura di libri e agende, guanti e qualche altra realtà che già operava con successo nel settore delle cinture, come la Lemie a Verdello. Tutti comunque stavano all’ombra del grande nome bergamasco, quello di Trussardi, che dai guanti si era già spostato verso il più redditizio mondo della borsa e dell’abbigliamento in pelle.

Giacomo “Mino” Ronzoniè un giovane che in quegli anni muove i suoi primi passi nel mondo del lavoro. Ha trascorsi di calciatore nelle giovanili dell’Atalanta, ma il mondo del calcio è difficile e perciò preferisce cambiare aria, pur restando in contatto con alcuni ex compagni di squadra. Tra questi c’è un certo Sergio Marchesi, che gli offre un’opportunità: i suoceri gestiscono un laboratorio di capi in pelle e sono alla ricerca di un agente. L’idea stuzzica la fantasia di Ronzoni che, qualche anno prima, era già entrato seppure indirettamente a contatto con l’universo della moda. Lavorando per la Fischetti Carta, una ditta produttrice di sacchetti, aveva sviluppato le prime confezioni studiate per boutique, vendute con successo in Liguria e Valtellina, località turistiche e quindi ben frequentate.

Ronzoni dunque per qualche mese fa il rappresentante e intuisce che nella moda può realizzare le proprie ambizioni, che sono quelle di creare un’impresa, trovare una realizzazione nel proprio lavoro e guadagnare bene. Poco tempo dopo coinvolge l’amico Marchesi nel progetto e fonda un’azienda di pelletteria, mettendo a frutto il proprio feeling raggiunto con il materiale pelle.

La società di Ronzoni e Marchesi inizia a produrre borsette, ma gli affari non decollano perché c’è troppa concorrenza e per guadagnare bisognerebbe oltrepassare la fitta maglia dei grossisti. Ciò tuttavia richiederebbe uno sforzo notevole nella costruzione di una struttura commerciale che un’azienda come la loro, appena lanciata sul mercato, non è in grado di organizzare in così poco tempo.

Ronzoni decide perciò di cambiare prodotto. Punta sulla cintura per due ragioni: è più automatizzata rispetto alla borsa – e siamo alla fine degli anni ’70 nel nord Italia, quindi in un’area dove già il costo del lavoro era aumentato notevolmente – e poi si possono creare momenti di confronto con i produttori dell’abbigliamento, cui le cinture servono senz’altro più che le borse.

La mentalità da commerciante spinge la nuova azienda a rivolgersi a un settore diverso da quello della pelletteria tradizionale. Ronzoni non guarda al dettaglio, bensì al mondo dell’abbigliamento. I suoi clienti non sono i negozi, ma i confezionisti di Carpi, in provincia di Modena. E i Benetton, a Treviso. Nel 1980 chiude il suo primo contratto con l’azienda di Ponzano Veneto, attraverso un licenziatario di Firenze, la ditta Zini.

Quel che hanno fatto i Benetton negli anni ’80 è sotto gli occhi di tutti. Ronzoni sale su un treno in corsa e, acquistando fiducia durante gli anni grazie ad un’organizzazione meticolosa del lavoro, diventa uno dei principali fornitori di cinture del gruppo. Parte con una ventina di macchinari in azienda, acquistati in leasing, e poi ogni due anni introduce qualche novità, dimostrando una notevole propensione al rinnovo del parco tecnologico. Guadagna bene, ma investe buona parte degli utili nei beni aziendali.

Infatti nel 1984, un anno dopo l’uscita del socio Sergio Marchesi, l’azienda si trasferisce in una nuova zona industriale a Ponte San Pietro, a nord-ovest di Bergamo, dove costruisce un primo stabile, raddoppiato nell’86 e triplicato nel ’94. Ogni anno la Mino Ronzoni deve aumentare gli spazi e alla fine raggrupperà un quartier generale di 12 mila metri quadrati, distribuiti in quattro stabilimenti collegati l’uno con l’altro.

Dall’iniziale rapporto con la Benetton, Ronzoni mette a segno vari colpi sotto forma di collaborazioni. Aggancia il mondo del jeans, si pone come interlocutore creativo delle aziende di abbigliamento e cavalca le mode delle borchie e del cuoio a partire dai primi anni ’80. La sua grande intuizione è quella di saper leggere i cambiamenti dello stile e di avvicinare, anno dopo anno, quei nomi che avranno successo a livello di produzione e distribuzione.

In Italia diventa fornitore di Replay, Diesel, il gruppo Itierre con le sue licenze di Versace, Ferrè e Dolce e Gabbana nei tempi d’oro. E poi Armani Jeans, Chevignon in Francia e Hugo Boss in Germania. Ha un intuito formidabile con H&M, che scopre quando è ancora un piccolo e sconosciuto gruppo della distribuzione svedese, crescendo assieme a lui come aveva fatto in precedenza con Benetton. Centra il bersaglio Zara, producendo in particolare per la firma Massimo Dutti (che fa parte del gruppo Inditex). E poi tanti grandi nomi americani: da Banana Republic a Polo Ralph Lauren, fino a quello che sarebbe stato il suo miglior cliente, cioè Gap. Per lui negli anni ’90 arriverà a produrre 250 mila pezzi di un solo modello!

Il segreto del successo di quest’azienda nel mondo della cintura è stato quello di creare una sorta di patto con l’abbigliamento. Rispetto alla concorrenza, che in Italia e soprattutto nelle province di Parma e Firenze certamente non mancava, Ronzoni si pone in modo molto più aperto nei confronti del confezionista. E poi intuisce come il jeans, diventato un bene di consumo di massa non soltanto tra i giovani, stia spalancando nuove possibilità per la cintura, sulla quale ci si può finalmente sbizzarrire a livello di fantasia. Infatti la Ronzoni è una delle prime aziende specializzate su quest’articolo ad allestire un reparto stile all’interno, per presentare ai propri clienti delle proposte personalizzate.

Oggi Mino Ronzoni arriva a produrre, nonostante la flessione del mercato americano – indotta dal rafforzamento del dollaro sull’euro – circa tre milioni di pezzi di cinture, cifre da leader in Italia e in Europa. Eppure questo giro d’affari rappresenta “solo” il 50% della produzione per l’azienda di Ponte San Pietro. Perché nel frattempo è sorto un nuovo marchio, legato a un evento felice della vita di Ronzoni e di sua moglie, Raffaella Condursi: la nascita di una bambina.

2. Nasce Tosca Blu

Virginia Tosca Blu è la primogenita dei coniugi Ronzoni. Nasce nel 1997: l’anno successivo il suo nome, Tosca Blu, diventa il marchio con cui l’azienda si presenta sul mercato della borsa.

Questa diversificazione aveva preso il via qualche anno prima su richiesta di due clienti delle cinture: Invicta Back in Time e Liu Jo, che Ronzoni aveva affidato alla moglie Raffaella, creando una società apposita per la gestione della rete commerciale. Osservando i primi risultati, molto positivi, di questa esperienza, Ronzoni pensò: ma se c’è tutto questo spazio nel mondo degli accessori, perché non iniziamo a produrre una linea nostra?

Si è visto che Mino Ronzoni non possedeva il pedigree di pellettiere. Che dire allora di Raffaella Condursi? Veneziana, un passato da modella di fama internazionale, fin da adolescente respira aria di moda, prima nelle sfilate e poi negli showroom, accumulando un’invidiabile esperienza di vendita e pubbliche relazioni. Dopo aver conosciuto Mino, gestirà per lui un’azienda specializzata nella produzione di capi in pelle. Eppure in tutta la sua vita non aveva mai acquistato una sola borsa in un negozio di pelletteria: si era sempre e soltanto rivolta alle boutique di abbigliamento.

L’essere estranei alla tradizione dei mestieri però talvolta stimola nuove idee e Tosca Blu ne è la conferma.

Come fa dunque a nascere un marchio ex novo, e oltretutto in un periodo di contrazione come quello vissuto negli anni ’90 dal settore della borsa in Italia?

Non è stato facile, anche perché le strategie di prodotto e posizionamento sono state definite strada facendo, tra scelte coraggiose e qualche inevitabile errore. Le collezioni sono riuscite a trovare una loro identità nel giro di quattro/cinque stagioni e ciò è stato possibile grazie all’investimento nel monomarca di proprietà, con i primi due negozi in centro a Bergamo che hanno dato una risposta immediata alle decisioni stilistiche. “Avevamo riscontrato – racconta Raffaella Condursi – che nei primi negozi dove eravamo stati inseriti come Tosca Blu, il nostro prodotto non era presentato in maniera adeguata, o almeno non come l’avremmo voluto noi. Ed è per questo che si è deciso di aprire dei negozi monomarca: volevamo offrire un’idea di presentazione sulla base del nostro gusto”.

I primi modelli sono – e come poteva essere altrimenti? – piuttosto fuori dagli standard. Il concept Tosca Blu è basato sull’ottimo rapporto qualità/prezzo e articola proposte che vanno dal classico a interpretazioni di tendenza, con materiali aggressivi e fashion. Da un punto di vista stilistico, punta su qualcosa di “fresco”, che sia in grado di sorprendere il consumatore e che si leghi ai trend dominanti nell’abbigliamento, coerentemente con la cultura dei suoi titolari. Con il tempo e il crescente successo del prodotto, viene messo in risalto sempre di più il marchio, che oramai ha acquisito una propria credibilità nell’universo della borsa giovane. Il prezzo è leggermente inferiore rispetto a quello dei diretti concorrenti più strutturati e viaggia da un minimo di 100 a un massimo di 250 euro al pubblico.

Tosca Blu è nata dalla MinoRonzoni srl e questa paternità è stata importante per due aspetti: la capacità finanziaria e la solidità agli occhi dei clienti, i quali trattando con un’azienda nuova che tuttavia è gestita come la sua “consorella” fondata vent’anni prima – e nota per la propria serietà e l’impeccabile servizio al cliente – sono stati di conseguenza rassicurati.

Quali sono stati i punti di forza di Tosca Blu sotto l’aspetto del prodotto?

a)      La velocità nel captare le tendenze moda, frutto della sua ispirazione all’abbigliamento, coerentemente con la storia della MinoRonzoni.

b)      La capacità di dare alla tendenza dominante una propria connotazione stilistica. Questo è il risultato di un investimento importante nello stile. Tosca Blu oggi conta circa cinquanta addetti diretti, in buona parte nel settore della progettazione. I due pezzi “storici” sono il cavallino e il tema Amelie. Il primo - per “cavallino” si intende un vitello con il pelo in evidenza, il cui effetto è simile al manto dei pony - è stato un’intuizione di Raffaella, che l’aveva visto nelle borse super esclusive di Azzedine Alaia. Nessun marchio lo proponeva a prezzi accessibili. Tosca Blu è stato uno dei primi. Amelie invece è il nome di fantasia di una bambina giapponese, sulla cui immagine la stilista Gigliola Giantin ha creato una storia a più puntate, una specie di sequel nel quale Amelie appare nelle sembianze di geisha, in abiti da kick-boxer, da ballerina di danza. La storia si è ripetuta per più collezioni.

c)      Inserimento di nuovi prodotti e lancio di una sorta di total look dell’accessorio. La calzatura è la frontiera più recente e rappresenta la nuova sfida di Tosca Blu, con risultati confortanti di sell-out, grazie anche alla presenza nelle principali fiere internazionali. La piccola pelletteria da sempre fa parte della gamma dei prodotti. Più di recente vi sono entrati l’orologeria, gli occhiali, i guanti, gli ombrelli e i bijou. Da tre stagioni sono stati introdotti alcuni capispalla. E poi non potevano naturalmente mancare le cinture.

Tutti questi messaggi sono stati veicolati da una campagna pubblicitaria intensa, con moglie e figlie come testimonial. “Mio marito mi ha praticamente imposto di posare per la pubblicità, assieme alle bambine”, racconta Raffaella Condursi. Per lei un tuffo nel passato, di nuovo sotto i riflettori. Per Tosca Blu e la sorellina Maria Sole Blanca un debutto assoluto. I risultati? Premianti, soprattutto per l’attenzione manifestata dai retailer che hanno captato dietro questo messaggio la presenza di un’azienda vera, di tipo familiare. E quindi di un interlocutore vivo e credibile.
www.toscablu.it


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